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𝐆𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐞 𝐏𝐚𝐜𝐞

  • Immagine del redattore: Giorgio Bruzzone
    Giorgio Bruzzone
  • 13 mar
  • Tempo di lettura: 2 min


Il mondo in cui ci stanno rapidamente trascinando vive di costante finzione, di manipolazione della realtà finalizzata al profitto e probabilmente alla compiuta realizzazione di un progetto distopico di ingegneria sociale.

Gli indizi ci sono tutti basta osservare e pensare senza dogmi e preconcetti.


Qualsiasi evento anche il più terribile è oggetto di spettacolarizzazione mediatica.

Un ponte che crolla, una persona che soffre, una famiglia distrutta.

Questa traslazione della realtà in fiction ha un grave effetto avverso: spinge a dividere gli “ingenui spettatori” alimentando le pulsioni irrazionali tipiche dei tifosi. Ultras del pro o del contro come se ci si trovasse ad assistere, sugli spalti o alla Tv, ad un grande evento sportivo. Così accade che quando il tema della fiction è un dramma, e non lo sport, l’avversario di turno si trasforma da avversario a nemico. Sembra quasi che il copione sia quello profetizzato in “1984” di Orwell. Anche in quel libro per i cittadini erano programmati i “due minuti d’odio”. Questo meccanismo rappresentava, tra le altre cose, una valvola di sfogo dell'aggressività dei cittadini e un modo per individuare un capro espiatorio da demonizzare addossandogli la colpa delle difficoltà del momento.

Difficoltà,quasi sempre, create ad arte dal regista o dal produttore per meglio perseguire i propri fini.


Accade allora che, dopo il dolore della malattia, ad essere spettacolarizzata sia la guerra. I meccanismi della fiction favoriscono in tal modo il “naturale” processo per cui in guerra la prima vittima risulta essere proprio la verità.

Lo stesso evento può così far emergere, a seconda della parte dello “stadio“ in cui si trova l’ingenuo spettatore, l’opposta rappresentazione dei ruoli di buoni e cattivi. In realtà in guerra non esistono buoni ma solo cattivi, chi più chi meno ma tutti cattivi.

I buoni sono quelli che lavorano la pace e per interrompere un processo che non lascerà né vincitori né vinti.

L’ irragionevole rappresentazione della guerra aiuta a farci dimenticare che dietro la più brutta parola del vocabolario si nascondono donne, uomini e bambini che soffrono e ne patiscono le conseguenze.

Mentre registi e produttori cercano di trarne profitto godendosi il macabro spettacolo.

Le immagini che raccontano la guerra sono tutte tristi, brutte e drammatiche ma alcune lo sono più di altre perché mettono in mostra anche le nostre colpe.

Le armi in mano a questa bambina potrebbero essere le nostre, di noi italiani, che anziché coltivare la pace abbiamo deciso, inopportunamente, di alimentare lo scontro.

Non caschiamo in questo gioco perverso quando c’è la guerra non esistono opzioni ma un’unica scelta: la Pace


Giorgio Bruzzone

 
 
 

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