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𝗙𝗲𝗻𝗼𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗢

  • Immagine del redattore: Giorgio Bruzzone
    Giorgio Bruzzone
  • 31 mag 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 1 giu 2024


“𝙴𝚜𝚜𝚎𝚛𝚎 𝚐𝚒𝚘𝚟𝚊𝚗𝚒 𝚘𝚐𝚐𝚒 𝚎̀ 𝚝𝚛𝚎𝚖𝚎𝚗𝚍𝚘, 𝚙𝚎𝚛𝚌𝚑𝚎́ 𝚜𝚎𝚒 𝚜𝚎𝚗𝚣𝚊 𝚙𝚞𝚗𝚝𝚒 𝚍𝚒 𝚛𝚒𝚏𝚎𝚛𝚒𝚖𝚎𝚗𝚝𝚘. 𝙽𝚘𝚗 𝚌𝚘𝚗𝚘𝚜𝚌𝚘 𝚗𝚎𝚜𝚜𝚞𝚗 𝚛𝚊𝚐𝚊𝚣𝚣𝚘 𝚍𝚎𝚕𝚕𝚊 𝚖𝚒𝚊 𝚎𝚝𝚊̀ 𝚌𝚑𝚎 𝚟𝚊𝚍𝚊 𝚊 𝚟𝚘𝚝𝚊𝚛𝚎 𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚟𝚊𝚍𝚊 𝚒𝚗 𝚌𝚑𝚒𝚎𝚜𝚊” queste le dure parole del cantautore Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, estratte da una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera.

Parole pesanti che andrebbero analizzate e meditate perché riflettono bene quanto il “finto modernismo” , che ci stanno imponendo, sia evidentemente un posto scomodo per tutti, pure per i giovani.

Ma Ultimo aggiunge altro:

“𝚂𝚒𝚊𝚖𝚘 𝚜𝚝𝚞𝚏𝚒 𝚍𝚒 𝚚𝚞𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚜𝚙𝚊𝚌𝚌𝚊𝚝𝚞𝚛𝚊 𝚝𝚛𝚊 𝚍𝚎𝚜𝚝𝚛𝚊 𝚎 𝚜𝚒𝚗𝚒𝚜𝚝𝚛𝚊. 𝙸𝚖𝚖𝚊𝚐𝚒𝚗𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚎𝚏𝚏𝚎𝚝𝚝𝚘 𝚊𝚟𝚛𝚎𝚋𝚋𝚎 𝚞𝚗 𝚙𝚘𝚕𝚒𝚝𝚒𝚌𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚍𝚒𝚌𝚎𝚜𝚜𝚎: 𝚗𝚘𝚗 𝚜𝚌𝚎𝚕𝚐𝚘 𝚗𝚎́ 𝚕𝚊 𝚍𝚎𝚜𝚝𝚛𝚊 𝚗𝚎́ 𝚕𝚊 𝚜𝚒𝚗𝚒𝚜𝚝𝚛𝚊. 𝚂𝚌𝚎𝚕𝚐𝚘 𝚕’𝚊𝚕𝚝𝚘”

Le parole di Nicolò non fanno altro che confermare come il desiderio di qualcosa di “ alto” , nei giovani, non si sia mai spento: L’uomo, infatti, contrariamente a quanto cercano di farci credere, non può aver smarrito la sua innata ricerca di infinito. Come scriveva Søren Kierkegaard “𝑵𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊𝒕𝒐, 𝒏𝒆𝒎𝒎𝒆𝒏𝒐 𝒍'𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒐 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐, 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒔𝒐𝒅𝒅𝒊𝒔𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒍'𝒂𝒏𝒊𝒎𝒐 𝒖𝒎𝒂𝒏𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒊𝒍 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝑬𝒕𝒆𝒓𝒏𝒐"

Alla cultura dominante, quella della globalizzazione in un mercato unico senza alcun limite, regolato solo dal denaro, manca inevitabilmente sostanza: quello che comunemente viene definito “il senso della vita”.

Una cultura “alta”, quella citata da Ultimo, non fa morire di fame chi è in cerca di “senso”. Invece politica, religione, libri, Tv, musica, social... sono spesso invece solo degli aperitivi. Non soddisfano il perché e per chi val la pena vivere, cioè come si affrontano le difficoltà della vita, come si persegue la felicità e si cerca di sconfiggere lo scomodo concetto della morte.

Nel mondo attuale, dove imperversano continue emergenze, guerre e depravazioni varie, mancano volutamente narrazioni «alte». Visioni di mondo ricche di sostanza, capaci di dare energia all’ordinario facendolo diventare straordinario. Il nostro mondo è quello dove le grandi narrazioni, un tempo capaci di unire e offrire il carburante necessario, sono scomparse e non danno più energia.

È sotto gli occhi di tutti come Politica e religione siano troppo appiattite a conformismo e secolarizzazione, non offrano più “senso” e non favoriscano il concetto di comunità.

L’indirizzo, persino nel mondo del lavoro, dove è sempre più diffuso lo Smart working, sembrerebbe quello di isolarci.

Tornando alla politica ed al “non voto” citato da Ultimo , per trovare conferme basterà probabilmente guardare alle imminenti elezioni europee, dove già si prefigura un record minimo di partecipazione. Dovremmo chiederci allora come come potrebbero le elezioni Europee coinvolgere i giovani? che Europei innanzitutto non lo sono! Che energia ha l’Europa per la loro vita? Che senso ha un sistema in cui nella quasi totalità dei partiti viene poi eletto chi non hai scelto? Dove il vero “organo di Governo” verrà scelto a tavolino e anzi , tutto fa pensare, che sia già sia stato designato ancor prima dell’esercizio di voto ?

Perché quindi votare l’inappartenenza?

Sono queste le domande alla base di quel “non voto” che mette in risalto Ultimo con la sua intervista!

Lasciamo la politica e proviamo a pensare alla Chiesa. Una Comunità in cui si va smarrendo, ormai da anni, il senso del sacro. La Chiesa odierna è sempre più simile ad una ONG e conseguentemente appiattita su una ricerca di salvezza solo terrena.

Manca insomma per i giovani una prospettiva di “senso”, un qualcosa che dia significato al nostro essere al mondo.

Nicolò sembra riprendere le parole di Vasco della canzone Un senso: «𝑽𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒓𝒆 𝒖𝒏 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒐 𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂/ 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒖𝒏 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒆 𝒍’𝒉𝒂.// 𝑺𝒂𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒐?/ 𝑪𝒉𝒆 𝒔𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒖𝒏 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒐/ 𝑫𝒐𝒎𝒂𝒏𝒊 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒆𝒓𝒂̀/ 𝑫𝒐𝒎𝒂𝒏𝒊 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒆𝒓𝒂̀ 𝒍𝒐 𝒔𝒕𝒆𝒔𝒔𝒐»

Ma Ultimo, fa di più, prova dare una risposta anche alle ragioni di questo dramma giovanile, di questa speranza senza sostanza che ne certifica la fine: «𝙸 𝚐𝚒𝚘𝚟𝚊𝚗𝚒 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚊𝚗𝚎𝚜𝚝𝚎𝚝𝚒𝚣𝚣𝚊𝚝𝚒. 𝙵𝚎𝚛𝚖𝚒. 𝙰𝚜𝚙𝚎𝚝𝚝𝚊𝚗𝚘 𝚞𝚗 𝚍𝚘𝚖𝚊𝚗𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚊𝚛𝚛𝚒𝚟𝚊 𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚊𝚛𝚛𝚒𝚟𝚎𝚛𝚊̀... 𝙽𝚘𝚒 𝚙𝚛𝚘𝚟𝚒𝚊𝚖𝚘 𝚊 𝚍𝚊𝚛𝚎 𝚞𝚗 𝚜𝚎𝚗𝚜𝚘 𝚊𝚕𝚕𝚎 𝚌𝚘𝚜𝚎. 𝙼𝚊 𝚕𝚊 𝚛𝚎𝚊𝚕𝚝𝚊̀ 𝚗𝚘𝚗 𝚎̀ 𝚜𝚎𝚗𝚜𝚊𝚝𝚊. 𝙻𝚊 𝚛𝚎𝚊𝚕𝚝𝚊̀ 𝚎̀ 𝚝𝚛𝚎𝚖𝚎𝚗𝚍𝚊. 𝙴̀ 𝚜𝚌𝚑𝚒𝚏𝚘𝚜𝚊. 𝙶𝚞𝚎𝚛𝚛𝚊, 𝚙𝚊𝚞𝚛𝚊, 𝚜𝚘𝚝𝚝𝚘𝚖𝚒𝚜𝚜𝚒𝚘𝚗𝚎, 𝚌𝚑𝚒𝚞𝚜𝚞𝚛𝚊: 𝚜𝚝𝚊𝚒 𝚊𝚝𝚝𝚎𝚗𝚝𝚘 𝚊 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚘, 𝚗𝚘𝚗 𝚏𝚊𝚛𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕’𝚊𝚕𝚝𝚛𝚘. 𝙿𝚎𝚛 𝚚𝚞𝚎𝚜𝚝𝚘 𝚌𝚒 𝚌𝚘𝚜𝚝𝚛𝚞𝚒𝚊𝚖𝚘 𝚞𝚗 𝚊𝚕𝚝𝚛𝚘𝚟𝚎».

Il cantautore stufo di queste catene di questa società folle e distante, dalla natura umana, cerca allora di fuggire ed evoca un luogo. Non trovando la direzione “l’alto”, ora per lui l’obiettivo diventa un rifugio privato: «𝚋𝚎𝚛𝚎 𝚞𝚗 𝚋𝚞𝚘𝚗 𝚟𝚒𝚗𝚘 𝚌𝚘𝚗 𝚒 𝚖𝚒𝚎𝚒 𝚊𝚖𝚒𝚌𝚒, 𝚐𝚞𝚊𝚛𝚍𝚊𝚛𝚎 𝚞𝚗𝚊 𝚜𝚎𝚛𝚒𝚎 𝚌𝚘𝚗 𝚕𝚊 𝚖𝚒𝚊 𝚏𝚒𝚍𝚊𝚗𝚣𝚊𝚝𝚊, 𝚕𝚎 𝚌𝚊𝚗𝚣𝚘𝚗𝚒. 𝙽𝚘𝚗 𝚎̀ 𝚜𝚌𝚊𝚙𝚙𝚊𝚛𝚎 𝚍𝚊𝚕 𝚖𝚘𝚗𝚍𝚘. 𝙴̀ 𝚐𝚞𝚊𝚛𝚍𝚊𝚛𝚕𝚘 𝚌𝚘𝚗 𝚐𝚕𝚒 𝚘𝚌𝚌𝚑𝚒 𝚍𝚎𝚕𝚕’𝚊𝚕𝚝𝚛𝚘𝚟𝚎. 𝙳𝚊 𝚛𝚊𝚐𝚊𝚣𝚣𝚘 𝚕’𝚊𝚕𝚝𝚛𝚘𝚟𝚎 𝚎𝚛𝚊 𝚒𝚕 𝚙𝚊𝚛𝚌𝚑𝚎𝚝𝚝𝚘 𝚍𝚒 𝚂𝚊𝚗 𝙱𝚊𝚜𝚒𝚕𝚒𝚘».

Il desiderio di appartenere e di comunità, sembrerebbe non essersi spento ma trasformato in un rifugio che assomiglia ad un rimpianto. L’altrove, che Ultimo canta nel suo nuovo album, non è più luogo «pubblico» come un parco, ma «privato», un orticello, in cui almeno ci sono pochi legami buoni, protetti e lontani da un mondo che sembra offrire solo problemi e paure

Alla fine quindi possiamo dire che la cosa importante, che emerge da questa riflessione del giovane cantautore, è la ricerca di questo “alto” . Una ricerca sempre attuale, nonostante il lavaggio del cervello quotidiano a cui siamo sottoposti!

Qualcuno potrebbe domandare perché sia così importante meditare ed analizzare le parole di ULTIMO ?

Perché Nicolò è uno capace di riempire 33 stadi, tra cui per 7 volte l’Olimpico, più il Circo Massimo, parlando di amore, di vita, di albe e piccole cose semplici.

In un mondo, quello della musica, sempre più appiattito all’usa e getta, con personaggi, creati a tavolino dalle case discografiche, che cantano il nulla.

Quanto sia apprezzato, invece, il suo modo di scrivere ed interpretare lo si è visto sul palco del 1 maggio, dove tutti cantavano le sue canzoni.

Possiamo allora concludere che questa è la vita tremenda da cui Ultimo cerca l’uscita (in alto) o la fuga (altrove). E in questo desiderio di liberazione o evasione, raccontato nelle sue canzoni, si identificano moltitudini d’orecchie e di cuori.

È lui stesso a provare a dare una spiegazione a questo suo successo: «𝚂𝚘𝚗𝚘 𝚟𝚎𝚛𝚘. 𝙾𝚗𝚎𝚜𝚝𝚘. 𝚃𝚛𝚊𝚜𝚙𝚊𝚛𝚎𝚗𝚝𝚎 𝚊𝚕 𝚌𝚎𝚗𝚝𝚘 𝚙𝚎𝚛 𝚌𝚎𝚗𝚝𝚘. 𝙽𝚘𝚗 𝚜𝚌𝚛𝚒𝚟𝚘 𝚌𝚊𝚗𝚣𝚘𝚗𝚒 𝚙𝚎𝚛 𝚏𝚊𝚛𝚗𝚎 𝚞𝚗 𝚜𝚞𝚌𝚌𝚎𝚜𝚜𝚘, 𝚖𝚊 𝚙𝚎𝚛 𝚝𝚒𝚛𝚊𝚛𝚎 𝚏𝚞𝚘𝚛𝚒 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚑𝚘 𝚍𝚎𝚗𝚝𝚛𝚘. 𝚀𝚞𝚊𝚗𝚍𝚘 𝚌𝚊𝚗𝚝𝚘, 𝚒𝚘 𝚌𝚒 𝚌𝚛𝚎𝚍𝚘. 𝙴 𝚕𝚊 𝚐𝚎𝚗𝚝𝚎 𝚌𝚊𝚙𝚒𝚜𝚌𝚎 𝚚𝚞𝚊𝚗𝚍𝚘 𝚞𝚗𝚊 𝚌𝚘𝚜𝚊 𝚎̀ 𝚟𝚎𝚛𝚊. 𝙻𝚎 𝚙𝚎𝚛𝚜𝚘𝚗𝚎 𝚜𝚒 𝚊𝚐𝚐𝚛𝚊𝚙𝚙𝚊𝚗𝚘 𝚊 𝚖𝚎, 𝚊𝚕𝚕𝚎 𝚖𝚒𝚎 𝚙𝚊𝚛𝚘𝚕𝚎».

I concerti diventano allora eventi comunitari. Per due ore si appartiene a qualcosa di meno asfissiante di quel proprio io, prigioniero di rabbia e malinconia, disprezzo e anestesia, perché la cultura dominante non ci nutre ma ci spaventa e ci affama.

Quel mezzo milione di biglietti venduti, prima del suo nuovo tour negli stadi, sembra volerci dire che le nuove generazioni, ieri come oggi, hanno fame di sostanza. Si aggrappano allora alla naturalità delle parole cantate da uno di loro. Un ragazzo di vent’anni, cresciuto in una borgata di Roma, che raccontando se stesso davanti ad un pianoforte ha conquistato i loro cuori ed offre anche a noi una nuova speranza.

Non tutto è perduto!

Giorgio Bruzzone

 
 
 

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