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𝐃𝐎𝐌𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐃𝐀𝐋 𝐁𝐎𝐒𝐂𝐎

  • 8 mar
  • Tempo di lettura: 3 min


Mentre alcuni in queste ore scrivono: “𝚖𝚊 𝚌𝚘𝚗 𝚝𝚞𝚝𝚝𝚒 𝚒 𝚙𝚛𝚘𝚋𝚕𝚎𝚖𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚌𝚒 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚟𝚘𝚒 𝚙𝚊𝚛𝚕𝚊𝚝𝚎 𝚊𝚗𝚌𝚘𝚛𝚊 𝚍𝚎𝚕𝚕𝚊 𝙵𝚊𝚖𝚒𝚐𝚕𝚒𝚊 𝚍𝚎𝚕 𝚋𝚘𝚜𝚌𝚘 ?”

La risposta è 𝐒𝐈

𝐒𝐈 perché credo che oggi molte famiglie in Italia stiano soffrendo per quanto sta accadendo . E probabilmente molti, come me, abbiano faticato ad addormentarsi vedendo le immagini di questi poveri genitori e nell’ascoltare le urla dei bambini staccati dalla loro mamma e divisi tra di loro.

𝐒𝐈 parliamo ancora della “ Famiglia nel bosco”perché questa situazione è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più grande. I dati Ministeriali ci dicono che

i minorenni portati fuori dalla famiglia d’origine , al netto dei minori stranieri non accompagnati, sono oltre 33.000

Trentatremila minori affidati in maggioranza a comunità “educative” che generano, come ovvio, un rilevante giro d’affari.

E forse questa è una delle concause del fenomeno.

Trentatremila minori strappati alle loro famiglie spesso con l’intervento delle forze dell’ordine. Le statistiche ci dicono che sono frequenti i casi in cui i famigliari si barricano in casa per evitare di farsi portare via i propri figli.

𝐒𝐈 parlerò ancora del caso “famiglia del bosco” perché queste vicende alimentano la sensazione che la nostra società continui ad accanirsi sempre sui più deboli.

I bambini in primis ma anche sulle famiglie più povere.

Viene allora da chiedersi quanto sia realmente evoluta una società che non protegge i propri figli o aiuta chi ha più bisogno.


𝐒𝐈 vale la pena parlarne ancora perché la vicenda della “famiglia nel bosco” pone almeno tre domande che vanno ben oltre il singolo caso.

Domande che aprono interrogativi che spaziano tra sociologia, diritto e politica sociale.

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚: esiste un modello di famiglia imposto implicitamente dallo Stato?

Sembra che negli ultimi anni il diritto minorile abbia progressivamente ampliato gli spazi di intervento pubblico nella vita familiare.

Un processo che , invadendo la sfera dell’educazione famigliare, sembra nascondere un terribile piano di ingegneria sociale.

La preoccupazione di molti è che si cerchi di dare concreta applicazione a quel mondo distopico raccontato, ad esempio, da Orwell e Baradbury nei loro libri.

Nel mondo globalizzato del consumatore unico non c’è forse posto per modelli differenti?

Quando si entra dentro l’ambito famiglia e si gioca con le emozioni ed i sentimenti il confine tra legittimità e sopruso diventa molto sottile.

Se una famiglia è “inadeguata” , semplicemente perché vive in modo definito diverso, allora il rischio è quello di criminalizzare la diversità educativa.

Ma qual’è il modello perfetto ? Forse quello che vede bambini piccolissimi “ lasciati per ore “davanti a degli schermi ? Oppure quella che cresce bambini ignari della reale esistenza di galline e mucche ?

O forse ancora quella in cui i bambini vengono cresciuti con il cibo spazzatura prodotto da aziende multinazionali ?


𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚: la famiglia è una concessione dello Stato?

La Costituzione italiana è molto chiara al riguardo: Art. 29 “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”

Il verbo utilizzato dai Costituenti è “riconosce”, non “istituisce”. Questo significa che la famiglia non nasce dallo Stato, ma lo precede come nucleo originario fondamentale. Lo Stato avrebbe quindi il dovere di sostenerla, non di sostituirsi ad essa. Se l’intervento dello Stato arriva invece a spezzare i legami familiari, senza un pericolo concreto e immediato, il rischio è quello di oltrepassare la linea stabilita dai costituenti a protezione di quella società naturale che evidentemente, come dice appunto la carta costituente , si voleva far precedere allo Stato.


𝐓𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐞 𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚: è tollerabile che in una Società evoluta e democratica i citttadini abbiano paura dello Stato?

Ed è forse questa la leva che spinge moltissime persone a condividere il dolore e le preoccupazioni di questa famiglia.

In molti si sentono parte di quella famiglia bucolica.

C’è legittima preoccupazione tra chi ha fatto scelte differenti in tema sanitario, nella formazione scolastica o magari un domani nell’educazione al sacro.

Ma anche tra chi si trova a vivere la maternità in giovane età oppure in contesti famigliari molto poveri.


Ecco perché è giusto parlare ancora di questa triste vicenda in un contesto storico di guerre e preoccupazioni.

Perché se nulla possiamo per frenare le guerre , qualcosa possiamo fare per contrastare lo Stato quando diventa tiranno.

Parlarne ad esempio, ma anche unirsi e protestare quando necessario.

Giorgio Bruzzone

 
 
 

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