
𝟐𝟓 𝐀𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨: 𝓮 𝓼𝓮 𝓼𝓶𝓮𝓽𝓽𝓮𝓼𝓼𝓲𝓶𝓸 𝓭𝓲 𝓬𝓪𝓷𝓽𝓪𝓻𝓮 "𝓑𝓮𝓵𝓵𝓪 𝓒𝓲𝓪𝓸".ᐣ
- 26 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Perché festeggiare la fine di una guerra civile cantando un brano che, di fatto, continua a dividerci in due fazioni?
Con il tempo, “Bella ciao” è diventata una linea di confine: da una parte chi dice “se non lo canti, non sei dei nostri" ; dall’altra chi non la canta perché rifiuta il "patentino di democrazia" rilasciato dalla parte avversa.
Così facendo, questa semplice canzone smette di essere un simbolo di unità e diventa una trincea. Si
Prima di cantare forse sarebbe giusto approfondire la storia :
- quel canto non fu mai cantato durante le lotte partigiane, ed è diventato un inno "ufficiale" solo negli anni '50 e '60.
- la festa della “liberazione” fu adottata su proposta dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il 22 aprile 1946 e promulgata da Umberto II di Savoia. Un democristiano ed un monarca.
- le truppe partigiane avevano differenti colori corrispondenti alla differente appartenenza politica.
- solo a liberazione quasi conclusa ( per usare un eufemismo) in tanti si arruolarono tra i partigiani
Diciamolo con franchezza: continuare a trasformare il 25 Aprile in un test di intonazione su “Bella Ciao” è un modo incruento per affermare che la guerra civile di 80 anni fa non dovrebbe finire mai. Che debba insomma prolungarsi all’infinito quell’interminabile divisione tra "noi" e "loro".
Al contrario se alcuni valori fossero la casa di tutti avremmo bisogno di simboli che non abbiano proprietari.
Ma siamo certi che ci sia realmente questa volontà di unificazione ?
Per liberarci totalmente dal quel nefasto periodo della storia bisognerebbe raccontare anche che nel ‘45 in Italia ci fu una vera e cruenta guerra civile . E che ai tanti crimini i dei nazifascisti seguirono orribili crimini dei partigiani comunisti.
Quelli raccontati ad esempio ne “il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa.
Un comunista con le palle.
Per chi è arrivato a leggere fin qui ma, offuscato dall’ideologia, non ha compreso il mio ragionamento ma anzi fa brutti pensieri sul mio conto, mi costringe a rivelare alcune cose personali.
Mio nonno era uno dei pochi antifascisti nel suo quartiere e subì, per la sua testardaggine, il manganello e l’olio di ricino nel ventennio. Mio padre rischiò la vita , con suo zio Don Emanuele ( Parroco di Bosio) per aiutare in varie occasioni i partigiani e nasconderli nel campanile.
Mi piacerebbe che in tanti , tra quelli a cui piace dare patenti di antifascismo, possano dire altrettanto dei loro avi.
Buona festa della liberazione
Giorgio Bruzzone




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